CLAUDIO SEMINO
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Apparentemente granulosa, allettante superficie refrattaria, ruvida come un muro percorso da segni in costante ricerca di un personale equilibrio. La tela può essere anche questo, un supporto storico che non sia superficie finta o finita. E sarà sicuramente questo se l'astrazione di cui si fa propagatrice è prodotto di un concetto mentale attivamente espresso, gesto sicuro che spazia nella sua libera regolarità. Così come si presenta quello maturato da Claudio Semino.
Senza alcun dubbio l'aniconicità di alcune soluzioni pittoriche seminiane deve molto all'efficacia di un cromatismo “fisicamente” caratterizzato dall'uso di polvere di pomice, addizione/sedimentazione conformemente destinata all'ottenimento di un più ricco potenziale attrattivo. Ogni valutazione programmatica sull'opera dell'artista genovese deve pertanto essere preparata ad includere un principio immediato - e a torto spesso troppo semplificato - com'è quello di “armonia cromatica”, col relativo crogiolo poliformale di campiture ben distinte l'una dall'altra, implicazioni visuali che per Semino hanno primaria responsabilità nell'orchestrazione della propria percezione irreale. Il suo astrattismo è infatti intento a seguire costrutti geometricamente stabili, all'interno dei quali soluzioni geometrico-prospettiche alla Klee si spingono in maniera prepotente a ricercare una mobilità di traccia pittorica, sconfinando nello sviluppo di sistemi geometrico-optical cautamente prossimi alle sperimentazioni cromatiche praticate da Dadamaino.
Pensare e restituire l'ideale astratto per Claudio Semino è in tutto e per tutto una formulazione che richiede energia dinamica, che segue le sue regole senza mai cadere in logiche di pura premeditazione. Che colpisce in modo tangenziale anche la figurazione della serie Siamo tutti santi, operando più volte con un segno opportunamente demarcato, indicativo quanto inafferrabile trait d'union tra il ritratto umano - in ogni sua forma - e quello ricercatamente speculare di una singola specie animale, di certo non scelta a caso: l'oca.

Andrea Rossetti (2014)
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Donne e oche s’incontrano faccia a faccia nelle opera di Claudio Semino, ma
non bisogna cadere nel facile gioco dei luoghi comuni che associano l‘animale
e le belle ragazze alla stupidita superficiale. L’ironia del pittore rimanda piuttosto
a una simbologia più antica e radicata, che da due interpretazioni quasi
divergenti della stessa creatura: se la variante domestica è diventata sinonimo
di fedeltà coniugale, quella selvatica - più romantica e libera - porta il
messaggio opposto e invita la persona prescelta ad abbandonare il pudore.
 Il pittore sembra voler coniugare questi elementi guardando allo spirito gregario
della società contemporanea, in cui le immagini equivalgono spesso a specchi
mediatici alteranti che, fin dall’infanzia, modificano la percezione soggettiva. In
questo senso, i volatili da cortile, dipinti con proporzioni impossibili, si allontanano
dal realismo dei paesaggi della Scuola di Barbizon per avvicinarsi di più allo spirito
delle fattorie urbane di Jamie Wyeth, dove le oche incarnano il rango più basso
del popolo. Con le loro goffe ali e le corsette saltellanti, sono il simbolo
della collettività dalla quale emanano sporadici frammenti di pensiero espressi
attraverso un codice chiuso. Nell‘era della sintesi, i segni non fanno che
rimandare alla componente più primitiva dell‘Uomo o a una lettura mitologica
che allude a circuiti pieni di pericoli e a racconti tinti d’inquietudine e saggezza:
Nella tradizione romana, ad esempio, le oche avevano il potere della premonizione
perché si credeva che avvertissero per prime l’arrivo di un pericolo.
Proseguendo nella ricerca di riferimenti culturali, si può tracciare un labirintico
percorso iniziatico che ha come meta finale il risveglio della principessa, la gio-
vane speranzosa e indipendente, sciolta dai gioghi delle costrizioni. Nelle opere
di Semino, il linguaggio cromatico basato sul contrasto tra sfondi e figure ha
un sapore quasi grafico-fumettistico e la modernità della composizione annulla
gli scontati scenari d’intimità bucolica richiamando il vivace sperimentalismo di
Paul Gauguin e l‘analogia tra le anatre e il dio Sole, tipica delle leggende egizie.


Elena Colombo (2013)
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Claudio Semino caratterizza un nuovo struggente intimismo, dove le oche
rappresentano gli uomini con tutte le loro stupidità e contraddizioni. Dal medioevo gli animi sono cambiati, possono recuperare gli stili o gli stilemi, le movenze degli effetti rinascimentali, i rossi fregi dell'Art Decò ma ogni cosa torna alla sua origine ed all'assunto di Hobbes " Homo hominis lupus" . Guerre, cattiverie ed indifferenze mai rimesse o cessate.
Le oche parlano come gli animali in Fedro o La Fontane. È una favola tradotta in espressioni pittoriche quella del Nostro, modellatore di luoghi psicologici e "piumati" di situazioni intime, di parentesi introspettive.
L'essere umano-oca sarà capace di ragionare? Forse non tutto è ancora perduto se si ricorda che le oche del Campidoglio salvarono la città di Roma, la sua antica magia.

 Prof.sa Sandra Lucarelli
da Introduzione alla rassegna "Incontri 2004"
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...Semino è artista arguto ed ironico, a volte tagliente e nelle sue opere, tutte olio su tela, troviamo un universo intrigante e curioso con, sapientemente mescolati, lo spirito giocoso di Mirò (Noli me tangere), certi ineffabili ma pensosi spunti di Chagall (I colori del pensiero), la divertita ironia di Tadini (L'anticonformista), l'irriverenza di tanta Pop Art, europea ma anche americana. Compie un'operazione dissacratoria (Cattedrale IIa) e beffarda (Nudo disteso), comunque fantasiosa ed eccentrica (Il cacciatore di comete): smonta composizioni tradizionali per poi, delicatamente, riassembrarle in modo apparentemente svagato, pittoresco, paratattico ciò senza impegnative sintesi figurative, sovrapposizioni di concetti o intersezioni di valori ma sempre in modo ludico, forse scanzonato, con colori vivaci.
Semino indaga dall'interno certa grande pittura per comprendere fino a che punto si può demistificare (Buona notte mastro Giotto) o ironizzare
(L'adorazione della reliquia), sulla moderna società dei consumi, sull'incontrastato dominio della società della pubblicità, su qualsiasi livello del patinato mondo dello spettacolo.
...Per Semino arte e vita sono mistero, alternativamente infinita poesia ed oscuro enigma ed al genere umano rimangono, allora, poche certezze, molte consolazioni, qualche sogno.

 Fabio Bianchi
dal Quotidiano: "Libertà" (2004)
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La consapevolezza della continuità delle forme nel tempo, ha ispirato l'arte di semino negli ultimi anni della sua lunga e varia produzione pittorica.
L'immagine contemporanea risulta così filtrata dall'artista per mezzo di stilemi antichi, soprattutto medievali e rinascimentali, che si trasformano nell'atto creativo, attraversano la storia e approdano nel presente, grazie alla sensibilità di un pittore consapevole e rispettoso del ruolo che svolge la tradizione nella civiltà.
Lo sguardo pensoso della figura femminile di "Aspettando la luna" richiama, ad esempio. i ritratti principeschi dei secoli passati, gli arabeschi e le forme stilizzate del paesaggio riportano l'osservatore indietro nel tempo.
Tuttavia l'eclettismo dell'artista non è mai fine a se stesso, ma serve a conferire alla sua opera un carattere universale, un'impronta sicura nella vastità del panorama artistico contemporaneo, talmente variegato che spesso ci confonde.
Le linee della pittura di Semino essenziali alla maniera di Giotto, fluenti e ben definite, come nell'arte di Chagall, i suoi colori accesi e puri, le sue prospettive semplici ed efficaci contribuiscono a creare un'immagine nitida e chiara che non lascia spazio all'ambiguità.
Questa semplicità del messaggio è alimentata dai toni fiabeschi che arricchiscono le raffigurazioni pittoriche, proiettandole in una dimensione che tende al surreale, come avviene come avviene nelle opere di alcuni grandi poeti epici rinascimentali, i quali riuscivano a far muovere i propri personaggi tra la realtà e la fantasia.
Nascono così quadri estremamente originali e autentici, come " In urbe ", dove vengono rappresentati alcuni elementi architettonici della città di Pisa in maniera essenziale e in uno spazio metafisico tale da unire armoniosamente la realtà storica e l'immaginazione, il sogno e la vita.
Anche nella rappresentazione delle cattedrali l'artista riesce a trasfigurare l'immagine tradizionale e a proiettarla nella contemporaneità, senza dissolverne le forme, ma stilizzandole, quasi per volerne cogliere un'essenza primordiale che ci permette di avvicinare l'arte del passato alla nostra sensibilità di uomini moderni.
In questo senso l'omaggio che Claudio Semino riserva alla pittura di Giotto è eloquente:in " Buona notte mastro Giotto " il plasticismo degli affreschi del pittore medievale viene riprodotto fedelmente, ma la natura perde i suoi connotati realistici e assume forme metafisiche che hanno un carattere simbolico.
Allo stesso modo si può definire tutta l'opera recente di Semino: gli oggetti artistici del passato, alcuni elementi della storia e della natura vengono riprodotti sulla tela, isolati e semplificati per diventare dei simboli, a volte anche ironici, come nel " Ritratto di famiglia ", dove vi è un'allusione alla sacralità del numero tre, o in " Ocagol III° prima della partenza per le crociate ". in cui si dissacra in maniera divertente un momento importante della storia.
Il simbolismo dell'artista, diventa dunque, uno strumento per semplificare la realtà e restituircela sotto una nuova luce più vera e autentica, non è mai misterioso e inquietante, ma piuttosto invitante ad una serena riflessione sull'uomo e sulla storia.

 Davide Sciuto
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Pittura come materializzazione di un pensiero.
Come oggettiva invenzione tra reale rappresentazione e capacità peculiare nell'addentrarsi nelle feconde incognite che elabora la fantasia.
o ancora: pittura come sperimentazione personale di tecniche, di accostamenti formali e cromatici. di piani prospettici, di sensazioni fisiche.
Le tele di Claudio Semino sono intime narrazioni, dissertazioni poetiche sulle vicende umane racchiuse nella dovuta essenzialità del linguaggio pittorico. Intatte nei loro interrogativi che si insinuano come simboli onirici nell'impatto con lo stato di veglia.
E sogna ancora l'uomo di questo ventunesimo secolo.
Nei suoi sogni tornano a manifestarsi le formule inquiete o pacate dell'immaginario.
Figure e paesaggi da mondi diafani, guglie, tondità, orizzonti. Lune lontane, imperscrutabili testimoni di riti quotidiani statici; cristallizzati e silenziosi nel tempo infinito delle loro forme. Sospesi nell'eternità del mito. Richiami vaghi, lontani ad un destino diverso, perduto forse.
Luci notturne a illuminare limpidamente plasticità intatte, non corruttibili perchè fuori da questo tempo. Fuori dal tempo stesso.
Tratte dai luoghi dell'inconscio dove il sentimento si combina all'ironia, il particolare all'assoluto.
Da dove giungono i messaggi allegorici, le combinazioni di immagini, le "mentite spoglie" di altre identità, il legame protetto e nascosto con "Qualcosa".
Condannati a cercarlo questo qualcosa non conosciuto, sfuggente ma innegabile; senza sapere se lo troveremo mai, nè dove o come cercarlo. Se con i mezzi struggenti del sentimento o con la lucidità della ragione o con il misticismo della religione o scendendo i sentieri della morbosità, della malattia. O semplicemente passando attraverso la propria storia grande o piccola che sia.
Antichi quesiti.
C'è nei lavori di Claudio Semino la volontà intrinseca di esplorare l'immensa tessitura del suo personale "possibile", con incertezze e paura, con i limiti e ostacoli che l'essere umani comporta. con l'intima consapevolezza, il coraggio di tentare di capire se stessi, di essere ancora, nonostante le difficoltà, in cerca di quel legame così importante, così inafferrabile.

 Cristina Belloni